Quando i figli diventano tiranni

I figli crescono in fretta e la relazione con loro cambia radicalmente nel tempo. Ciò che con essi funzionava ed era collaudato, d’un tratto sembra non valere più. Il bambino che conoscevamo è cresciuto: ha bisogni, richieste, a volte vere e proprie pretese inaccettabili e in certi momenti la casa sembra un campo di battaglia fatto di scontri, rivendicazioni e ripicche.

Quello che prima era un luogo protetto in cui stare con chi si ama, improvvisamente diventa faticoso e stressante. 

Le relazioni diventano un gioco di potere in cui si è vittime, ma a volte anche carnefici.

La fatica e il dolore sono diffusi.

Frustrazioni, rabbia e sensi di colpa si susseguono e non sembra esserci fine.

Ma non è sempre stato così.

Che cosa è successo?

Quella bambina o bambino ora è diventata un tiranno che pone condizioni sempre più autoritarie che, se non vengono soddisfatte, danno origine a scontri drammatici a cui i genitori si sottomettono. 

A volte essi comprendono che l’energia per contrastare questi scontri sarebbe troppo distruttiva, in altri momenti sentono di non avere avere strumenti per opporsi, in ogni caso il risultato è una resa, quasi senza condizioni.

La forte frustrazione talvolta porta i genitori a reagire con violenza per tentare di recuperare il rispetto e un ruolo abbandonati da troppo tempo. 

La soluzione non è migliore del male, perché alla violenza seguono pentimenti, sensi di colpa, accompagnati da altre ritorsioni del giovane tiranno che ripristinano uno status quo insostenibile.

In tutto questo dolore spesso sono coinvolti anche i fratelli in una spirale che coinvolge tutta la famiglia.

I genitori si trovano a momenti in una ambivalenza affettiva in cui all’amore per il figlio tiranno si associano momenti di distanza o anche di avversione verso di lui, che aumentano i sensi di colpa.

Dopo aver attuato ogni sorta di tentativi nella durezza, nella morbidezza, con chiarimenti o discussioni estenuanti, il risultato finale rimane praticamente lo stesso.

In ogni caso lo scontro anche se non è continuo, è sempre temuto.

Cosa fare in queste situazioni in cui la sofferenza è così grande?

Ovviamente ci sono diversi approcci, ma fondamentalmente il punto di partenza è l’empowerment dei genitori.

In altre parole, il cambiamento inizia proprio da loro, che recuperano: il loro ruolo attraverso la presenza attiva, ferma e rispettosa; il rifiuto netto della violenza in tutte le sue forme, sia subita sia agita; la valorizzazione di gesti di apertura e il sostegno di persone di fiducia come conoscenti, amici e parenti.

Si parte riconoscendo che la violenza non è la risposta più efficace a una minaccia, perché la violenza genera, in un meccanismo a spirale, altra violenza; e così la casa continuerà a essere un campo di battaglia, si conteranno i “feriti” e ogni scontro non sarà mai l’ultimo, perché chi ha subito violenza, cercherà di pareggiare i conti.

 

All’abbandono della violenza si associa mentalmente la sconfitta, ma è possibile che questo abbandono diventi una scelta, non per subire, ma per affermare la propria “presenza”; il rifiuto, la resistenza alla violenza subita senza agire ritorsioni.

I genitori possono riscoprire le proprie risorse per tornare ad essere un punto di riferimento per i propri figli.

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