Mio figlio non ha voglia di studiare: come far nascere la vera motivazione
Oggi molti insegnanti e genitori si lamentano del fatto che i bambini e gli adolescenti non abbiano voglia di studiare. Vedono in questo la causa dei brutti voti o della mancanza di risultati significativi.
Ed è qui che nasce l’ansia dei genitori: vogliono il meglio per i propri figli, ne vedono il potenziale, ma non capiscono perché la motivazione sembri mancare. Mi capita spesso di pensare: “Vorrei così tanto che mio figlio esprimesse tutte le sue possibilità, e invece sembra perdere interesse per lo studio”. Questo senso di smarrimento e preoccupazione è familiare a molti genitori.
Proviamo allora a capire insieme da dove nasce il desiderio di imparare.
Ripensate alla vostra storia personale. Avete mai provato un vero desiderio di studiare? Guardate più da vicino: i vostri sforzi erano il risultato di un interesse autentico, del piacere di imparare, oppure più spesso del fatto che “lo facevano tutti”? Forse volevate essere i migliori, semplicemente i migliori, senza che importasse cosa studiare, quanto o come. Oppure avevate paura della reazione dei vostri genitori?
E se l’avete provato era altrettanto forte per diverse materie o si concentrava su qualcosa, anche fuori dal programma scolastico, che vi interessava già?
Potete riflettere tranquillamente su queste domande dentro di voi. Non è necessario raccontare tutti i dettagli ai vostri figli. Serve piuttosto per rendersi conto di quanto il cosiddetto “desiderio di imparare” sia un fenomeno complesso e stratificato. Spesso l’interesse è solo una piccola parte di ciò che ci muove.
Oggi la situazione scolastica è anche molto diversa dalla nostra. Gli adolescenti hanno accesso a qualsiasi informazione in pochi secondi. L’informazione interessante o importante ha smesso di essere un’esca. I ragazzi semplicemente si perdono in un flusso continuo di dati che li travolge come una cascata. La competenza fondamentale diventa allora la capacità di filtrare ciò che è rilevante per sé dal rumore informativo.
Come si costruisce questo filtro e come si può accompagnare un adolescente? Prima di tutto è importante capire chi è: che cosa lo distingue dagli altri. Sono domande a cui i ragazzi cercano risposta per anni. Ed è proprio questa ricerca di sé che può diventare una vera spinta allo studio.
Ma non è così semplice. Il desiderio di imparare raramente nasce subito, in forma pura. Cresce dove c’è spazio per sbagliare, dove è possibile fare domande e cercare risposte senza paura di essere giudicati. Si forma quando gli interessi incontrano la possibilità di provare, sperimentare, scegliere e sì, la possibilità di fallire.
A volte il desiderio di imparare non ha nulla a che fare con i voti o con il riconoscimento esterno. Nasce come un bisogno interno di capire, di padroneggiare qualcosa, di fare esperienza del nuovo, da cui trarre il piacere, un attività dove uno può sentirse efficace, vivo e, come dicono gli inglesi, nel suo elemento.
L’unica cosa che, a mio avviso, possono fare gli adulti è accompagnare i figli a trovare i propri punti di riferimento e i propri filtri, offrire spazio per l’esplorazione e sostenere i loro tentativi di capire chi sono. E, soprattutto, accettare qualsiasi risultato, anche quando non è soddisfacente dal punto di vista scolastico o degli adulti.
Spesso i genitori concentrano tutta l’attenzione sui voti e sui risultati esterni. Ma il vero valore sta nel costruire nel bambino una conoscenza interna di sé: la comprensione dei propri interessi, dei punti di forza e di fragilità, la capacità di ascoltare le proprie sensazioni e le proprie domande. Quando il focus è lì, il voto diventa solo un indicatore, non una misura del valore personale.
Accettazione, sostegno e attenzione al mondo interno dei figli: è questo che crea un autentico desiderio di imparare. Ed è proprio questo desiderio che, col tempo, diventa una necessità personale, non una richiesta esterna, ma un proprio cammino verso la comprensione del mondo e di sé.


